Trovati un lavoro

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«Trovati un lavoro.»

Sospiro. Mi alzo in piedi e cambio sedia.

«Che accidenti significa trovati un lavoro? Non è che domani mi sveglio, guardo il TG4, mangio un Kinder Pinguì, esco a fare due passi, inciampo in qualcosa, abbasso gli occhi e to’, guarda, un lavoro.»

Cambio nuovamente sedia, stizzito.

«Vedi qual è il tuo problema? Neanche ci provi, ti limiti a buttarla in caciara. Guarda che anche tu dovrai invecchiare.»

Cambio.

«Che-noia. Tanto avevo già programmato di morire a 27 anni come Kurt Cobain o Amy Winehouse.»
«Mi pare un po’ azzardata come associaz-»
«Janis Joplin allora! Che palle! Come se fosse questo il punto!»
«Allora dimmelo tu qual è il punto.»
«Il punto è che non voglio cambiare routine! Anzi, non voglio proprio avercela! Non voglio svegliarmi ogni mattina alla stessa ora!»
«Puoi sempre fare i turni…»
«Me ne frego dei turni! Io un lavoro non me lo cerco.»
«E come conti di vivere?»
«Ma che ne so! Mi farò mantenere da qualcuno. Oppure prenderò a testate il muro fino a quando non mi daranno una pensione di invalidità. Che-ne-so.»
«La verità è che sei choo…»
«Non dirlo! Non ti permettere!»
«…sy. L’ho detto.»
«E io me ne frego anche della Fornero! Può dire quello che vuole.»
«Guarda che questa cosa l’ha detta sei anni fa. Sei. Tu dov’eri sei anni fa? Che facevi?»

Mi alzo di scatto e calcio a terra una delle due sedie.

«Ma che vuol dire! Che domanda è! Ero esattamente dov’eri tu, solo che io la predica non te la faccio!»

Respiro. Rimetto a posto la sedia e mi appoggio allo schienale con i gomiti.

«Lo so che hai paura  del futuro. Lo so che vorresti qualcosa di più della banalità del posto fisso. Lo so che preferiresti districarti tra decine di folli lavori occasionali, magari sottopagati, e rinunciare ad ogni certezza in cambio di una vita che ti faccia sentire un pochino più vivo. Lo so. Ma bisogna pur partire da qualcosa, e spesso quel qualcosa dev’essere normale. Ordinario. Fai un po’ di esperienza, ti responsabilizzi, metti via due soldi e poi vedi che succede.»

Torno a sedermi sull’altra sedia, sbuffando.

«Sì, forse hai ragione. Ma ci sono un sacco di ma. Non saprei neppure da dove cominciare per… per fare cosa, poi?»
«Senti, non è difficile. Ti ricordi cosa diceva tuo cugino, no? Che è amico di un tizio che lavora in quell’azienda lì, la Come-Si-Chiama, e magari, con la giusta spintarella…»

Salto in piedi come una molla, mi giro verso la sedia vuota e punto il dito.

«A-ah! Beccato! Lo vedi? Lo vedi? Prima mi sfibri con tutta ‘sta pigna moralista, poi appena trovi un varco ti avvicini da dietro e tac! Te ne esci con la pastetta! Con la mafia! Con l’inciucio!»
«Ma guarda che non c’è nulla di male, e una volta entrato dovresti comunque dimostrarti all’altezza…»
«Certo, certo. Si parte da questo e in un attimo ci si trova a sguazzare nel fango fino al mento. E sai di cos’è fatto quel fango?»
«Veramente, io…»
«Dillo!»
«…di miseria umana, dolore e prevaricazione sociale.»
«Bravissimo. E ora andiamo, che tra venti minuti abbiamo l’ultimo appuntamento con la terapeuta.»

 

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giovedì 1 novembre 2018