Signori miei, non parliamo di Lampedusa

Morti in mare. Affogati, ma anche assiderati, finiti dagli stenti, perfino uccisi a coltellate e buttati in mare, come è successo giovedì. Di fronte a questi fatti, sono convinto che siano ormai in molti a girare pagina – o a cambiare canale, a chiudere la finestra, a spegnere la radio – ogni qualvolta si parla di Lampedusa e delle sue tragedie.

Lo fanno i semplici cittadini, ma lo fanno anche molti politici, i quali spesso aggirano la questione, o semplicemente glissano. E quando proprio vengono interpellati sulla questione, spalle al muro, non possono fare altro che ricondurre gli orrori del canale di Sicilia a scelte irrazionali fatte sempre e comunque da altri. E ognuno ha ragione e insieme torto: certo ha ragione Salvini quando dice che sarebbe meglio aiutarli a casa loro, i migranti, prima che diventino tali. Ha ragione, ma chiunque si rende conto che la cosa non è possibile, non lo era ieri, non lo sarà domani.

Parlare di immobilità della classe politica di fronte alle tragedie del canale di Sicilia è però un eufemismo. Invero un movimento è stato fatto, seppur nella direzione sbagliata. Se infatti è vero che le cose andavano male con l’operazione Mare nostrum, ora con la missione Triton vanno peggio. Perché se prima l’operazione italiana mirava essenzialmente alla salvaguardia della vita in mare e agli arresti degli scafisti, ora la missione europea mira al controllo delle frontiere, relegando i salvataggi in secondo piano. Tanto che Frontex, l’agenzia europea che ha dispiegato la missione Triton, ha perfino redarguito l’Italia per aver soccorso dei barconi oltre la sua zona di competenza. Insomma, contro ad ogni legge del mare, contro all’obbligatorietà del soccorso, per non parlare poi della propria coscienza.

C’è poi da dire che è pur sempre vera l’affermazione secondo la quale parlare da dietro una scrivania è facile. Ci si può però legittimamente domandare quanti morti ancora si dovranno contare tra la Tunisia e Trapani prima che un sussulto della coscienza comune dia una spinta simile – o più forte – a quella che portò il Governo Letta a varare Mare nostrum nel 2013. E mentre le Istituzioni si mostrano attendiste, avvolte in una nebulosa confusione – dettata dal fatto che ogni mossa sembra sbagliata ad un ancor più esitante elettorato – sono dei privati a prendere in mano l’iniziativa. È il caso della Migrant offshore aid station (MOAS), messa in piedi dai due imprenditori Regina e Christofer Catrambone, i quali operano in sinergia con Medici senza frontiere. E il tutto va avanti con donazioni private, che arrivano per lo più dalla Germania. Ma non è assurdo che, mentre una cinica Europa mette in piedi azioni respingenti volte a chiudere i confini, la palla dei salvataggi veri e propri sia raccolta da semplici privati?

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giovedì 27 aprile 2017