L’orso faccia l’orso

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Io sono uno di quelli felici per la presenza degli orsi nei boschi trentini. Ma sono anche uno di quelli che, se oggi potessero andare andare a funghi, eviterebbero la zona sopra a Pinzolo – dove alcune settimane fa un uomo è stato aggredito dall’orsa Daniza.

Vedrei o sentirei orsi dietro ad ogni albero. Insomma, sono l’italiano medio inserito in un’ipotetica situazione boschiva. Le cose stanno così: ai turisti piace che il Trentino abbia una cinquantina di orsi. Ai Trentini sì e no, dopo che per anni è riecheggiato il leit-motiv del “prima o poi ci scappa il morto”. Un soffocato terrorismo psicologico che risuona nelle orecchie di tutti quelli che ogni tanto si prendono una giornata per girare nei boschi.

Del resto ogni attività porta dentro di sé una qualche componente rischiosa. Affettare delle zucchine, tagliare legna, cambiare la gomma bucata dell’auto, andare nei boschi, camminare per strada. Ma se stai con le dita lontane dalla lama del coltello, se tieni la motosega con tutte due le mani, se metti bene il crick, se non ti avvicini ai cuccioli dell’orso, se guardi a destra e sinistra prima di attraversare, i rischi si affievoliscono notevolmente. Certo, poi c’è la sfiga.

L’orso è stato (re)introdotto in Trentino quindici anni fa. In tre lustri se ne sono dette e sentite tante, pro e contro il progetto Life Ursus − per la tutela della popolazione di orso bruno del Brenta; sta di fatto che ogni volta che nel resto d’Italia si parla della provincia di Trento spesso c’è di mezzo un orso. Come se lo Stivale fosse una compagnia di amici in cui il Trentino recita la parte dell’amico timido e silenzioso che però ha un gran bel cane.

Il fatto è che un orso non è un cane, e in questo senso un po’ di quel terrorismo psicologico avrebbe dovuto educare ad averne timore e rispetto, anziché spingere il popolo dei no-orso ad inneggiare verso la caccia di tutti i plantigradi che noi stessi abbiamo riportato nelle valli trentine. Come ha scritto Mauro Corona, «non possiamo per la nostra ignoranza ingabbiare gli animali». Tradotto, quando ci si stacca dal divano e si esce nel mondo esterno si devono mettere in conto dei rischi. Se si cammina lungo una strada si sta attenti a stare sul marciapiede, si usano le strisce pedonali, si tiene d’occhio quel ciclista che sembra proprio volerci venire addosso. Nel bosco invece bisogna tenere l’orecchio ben teso e, se si sentono rumori inconsueti, tenersi lontani. Vedere dei cuccioli di orso e nascondersi dietro ad un tronco per osservarli equivale ad attraversare a piedi l’autostrada. E questo vuol dire dare una mano alla sfiga.

In Trentino si ha la fortuna di vivere a stretto contatto con montagne incontaminate capaci di farci scordare ogni trambusto della civiltà umana. Fatto qualche tornante, si può parcheggiare la macchina, farsi due orette a piedi e ritrovarsi in mezzo alla natura pura e semplice. Ma essere immersi nella natura non significa esserne padroni. Dal timore il rispetto. Sempre citando Corona, «non si può imprigionare né l’orso né la saetta».

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giovedì 5 ottobre 2017