L’epoca dei cyberbulli

Gli effetti dannosi del bullismo elettronico

Intervista a Claudia Sposini, Psicologa Esperta in Criminologia e in Psicologia dei Nuovi Media, autrice de Il metodo anti-cyberbullismo. Per un uso consapevole di internet e dei social network, Ed. San Paolo, 2014.

Cosa si intende per cyberbullismo?
Il cyberbullismo è la nuova piaga sociale che si sta diffondendo da alcuni anni tra i più giovani.
Viene attuato attraverso l’invio e la condivisione di immagini, messaggi e video sostenuti da ingiurie, denigrazioni, insulti, minacce verso una o più vittime. A volte si creano delle vere e proprie pagine su Facebook “contro” un coetaneo: questo non può creare che odio e favorire una cultura dell’intolleranza, terreno fertile per la sua istantanea diffusione sul web. Il cyberbullismo, infatti, si distingue dal bullismo tradizionale per il carattere amplificato che esso assume tramite la rete: la possibilità di essere visti anche dall’altra parte del mondo può avere serie conseguenze nella vita sociale e psicologica di un adolescente che vede rovinata la propria reputazione e la propria vita relazionale fino ad arrivare a sviluppare sintomi preoccupanti come la depressione e i pensieri di suicidio, e in alcuni casi passare direttamente all’agito. Cutting, abuso di sostanze stupefacenti e suicidio sono alcuni delle azioni messe in atto dalla vittima.
Questo preoccupante fenomeno “colpisce” soprattutto gli adolescenti: “cyberbulli” e “cybervittime”, di solito, hanno un’età compresa tra i 12 e i 16 anni, sia maschi che femmine, ed è facilitato dall’anonimato e dalla creazione di identità fasulle sul web e sui Social Network.

È una violenza…
La violenza verbale perpetrata dal cyberbullo non è meno grave della violenza fisica attuata nel bullismo tradizionale: la rete dà la possibilità, infatti, di nascondersi e di compiere azioni persecutorie che non hanno limiti spazio-temporali, in una spirale negativa dove la vittima diventa oggetto di calunnie, provocazioni e ricatti. Non a caso, il fenomeno è stato paragonato allo stalking proprio per la violenza psicologica che viene commessa, per la violazione della privacy e per gli atti persecutori. Per cui, la violenza consumata attraverso il bullismo elettronico non è meno dannosa di un calcio o di un pugno: a differenza dell’aggressività fisica che lascia segni tangibili sul corpo, quella verbale è più subdola in quanto non vi sono evidenze fisiche, tastabili, ma si ripercuote sull’intero stato d’animo e comportamento dell’adolescente, il quale si ritrova solo e indifeso.
Il cyberbullo non ha percezione dei danni che può provocare con simili azioni: il cyberbullo, infatti, non ha empatia. Ciò significa che è incapace di riconoscere l’effetto delle proprie azioni crudeli, oltre ad arrecare gravi effetti psicologici alla vittima. Questo comportamento è amplificato, come abbiamo visto, dall’anonimato e dall’aggressività messa in atto. In particolare, la comunicazione online, eliminando la presenza fisica dell’altro, permette al cyberbullo di comportarsi in maniera diversa rispetto a quanto farebbe dal vivo: l’aggressività perpetrata online si manifesta senza presenza fisica e quindi senza un limite in grado di contenerla.
Alla base del bullismo, sia tradizionale che elettronico, si può facilmente riconoscere un meccanismo di disumanizzazione il cui obiettivo principale è la distruzione psicologica della vita di un/una ragazzo/a.

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Uno, nessuno, centomila
Nel fenomeno del cyberbullismo è necessario segnalare anche i cosiddetti “supporters, ossia amici e coetanei che condividono e approvano le azioni del cyberbullo, incoraggiando l’idea che ognuno può fare quello che vuole: il piacere adrenalinico che deriva dal mettersi alla prova e commettere atti al limite della criminalità aiuta a superare la noia, a sfidare il pericolo e permette ai ragazzi di mettersi in mostra davanti al proprio gruppo di coetanei. Se queste azioni vengono sostenute, c’è più spazio per il cyberbullo per delinquere e prendersi gioco di altre vittime.

Maschi e/o femmine?
Si sta diffondendo anche il cyberbullismo al femminile: le ragazze vanno sui SocialNetwork e prendono di mira compagne di classe e amiche; i motivi sono legati soprattutto allo status sociale e cioè essere al centro dell’attenzione, vendicarsi, escludere una o più vittime da un gruppo, diffondere voci false. Nel mio libro ho dedicato una parte alle linee guida anche per la prevenzione del cyberbullismo al femminile.

Le vittime
I bersagli preferiti dei cyberbulli non sono soltanto le persone che esprimono una “diversità” affettiva e sessuale, ma anche adolescenti che non si uniformano al branco perché non sono alla moda, per motivi legati all’aspetto fisico (“troppo magri” e/o “troppo grassi”), all’orientamento sessuale e al colore della pelle.
L’esclusione del corpo dal processo comunicativo tende a favorire comportamenti più disinibiti, incrementa l’aggressività e la sessualizzazione delle relazioni come nel sexting, che prevede l’invio e la condivisione di immagini, sms e/o video a sfondo sessuale, facendo emergere una versione mercificata del corpo e della sessualità. Gli adolescenti spesso si fotografano in pose provocanti e mandano le foto/video anche pornografici ad una persona di cui si fidano non rendendosi conto dei rischi legati a questa azione, anzi spesso la percepiscono come un gesto goliardico. Tale pratica, invece, comporta dei rischi per la propria privacy: infatti sono molti i casi in cui un’immagine, scattata per un utilizzo intimo, viene poi visualizzata da persone indesiderate. Da non dimenticare poi i rischi della pedopornografia e della pedofilia, collegati al fenomeno del sexting, che possono danneggiare in maniera grave l’integrità e l’incolumità dei minori.
I ragazzi, oggi, sembrano non conoscere il concetto di privacy e di protezione dei dati personali: non si tutelano e quando lo fanno è ormai troppo tardi. In particolare, i ragazzi più giovani tendono a sottostimare maggiormente la gravità delle situazioni e hanno vergogna o timore a dire ad un adulto, genitore o insegnante che sia, di essere stati vittima di cyberbullismo. Le conseguenze psicologiche riportate dalle vittime sono devastanti: ansia, depressione, attacchi di panico, abuso di sostanze stupefacenti, pensieri di suicidio e suicidio. Sì, perché di cyberbullismo si muore… e in Italia ci sono stati diversi casi di suicidio, così come nel resto del mondo. Il fenomeno del cyberbullismo, infatti, non conosce nazione, stato o cultura ed è diffuso in tutto il mondo. Un alto numero di casi, invece, rimane non classificato: i ragazzi non sanno che quello che subiscono è un reato; e spesso i genitori sottostimano la gravità delle azioni online. Ciò è dovuto anche alla difficoltà di raccolta dati a causa dell’ampia gamma di reati connessi al fenomeno e del carattere di grande variabilità dei comportamenti devianti.

Cosa si può fare per contrastare la crescita del cyberbullissmo?
Ci sono diverse soluzioni per la prevenzione di questo fenomeno, ma è importante partire, fin da subito, e quindi dalla Scuola Primaria, alla diffusione dell’educazione digitale e dei potenziali rischi di Internet. Le istituzioni scolastiche hanno obblighi precisi in merito all’azione di vigilanza e di controllo dell’operato degli studenti, soprattutto se minori, durante l’orario scolastico: devono sensibilizzare i minori in merito a questo tipo di crimini, volti ad umiliare e annullare psicologicamente ragazzi come loro e devono cercare di far capire quanto sia doloroso vivere esperienze di questo tipo per giorni, mesi o addirittura anni. Dall’altra parte, anche la famiglia ha una grossa responsabilità educativa riguardo all’utilizzo dei Social Network. Infatti, molti dei sintomi del disagio delle vittime nascono proprio in famiglia: i ragazzi si rifiutano di uscire, si chiudono in camera, cadono in depressione e non sempre i genitori sono consapevoli della gravità dell’accaduto. Scuola e famiglia devono essere perciò in grado di farsi carico del problema, ascoltando i ragazzi, aiutandoli ad aprirsi al dialogo: genitori e insegnanti hanno il dovere di incoraggiare una cultura del rispetto verso il prossimo. Inoltre, è necessario promuovere una cultura che valorizzi la relazione e il gruppo come luogo dove poter sperimentare relazioni reali anziché favorire una solitudine privata che non è sempre sinonimo di serenità.

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mercoledì 4 ottobre 2017