La vita scritta sulla pelle

La vita scritta sulla pelle

Segni tribali, affari di galeotti e marinai, retaggio dell’incontro fra colonialisti e colonizzati che agli inizi del ’900 in Inghilterra diventano espressione di un esotismo raffinato da esibire nei salotti.

L’ingresso nelle lingue europee del termine “tatuaggio” si deve al capitano J. Cook che, approdato a Tahiti nella seconda metà del ‘700, nei suoi diari trascrisse nella forma tattow la parola onomatopeica tahitiana ta-tau, che riproduceva il suono di uno strumento a percussione, con il significato di “colpire, segnare” e quindi “marcare”. Tattow successivamente si trasformò in tattoo.

Dichiarazioni d’amore, punti di partenza o d’arrivo, spesso quello che non si riesce ad esprimere a parole. Fate, fiori, gnomi, farfalle, iniziali, volti, stelle. Vere e proprie opere d’arte.

Dicono che sono tornati alla ribalta ma la verità è che non sono mai passati di moda. Per i tatuati più accaniti se inizi non finisci più. Con il rito del tatuaggio l’uomo afferma la possibilità di fare del proprio corpo un corpo “ad arte”, passando dalla consapevolezza della creatura a quella di creatore.

Oggi l’ultima tendenza made in Japan è esporre il marchio di aziende in cambio di denaro. Cartelloni pubblicitari viventi e permanenti. Dalla mistica di un’operazione che attinge dall’oscuro territorio della personale dimensione psicologica, spirituale e corporea, alla lucida contabilità delle strategie pubblicitarie e della mercificazione.

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domenica 29 marzo 2020