La pochezza del capitale umano italiano

In Italia c’è crisi. Certo, l’Istat ha rilevato una leggera ripresa nel primo trimestre del 2015, una crescita non sperata o quanto meno inaspettata, nemmeno dagli esperti. Ma un segno + al posto del solito – non fa primavera: al massimo può donare un po’ di sano ottimismo. Ma la ripresa vera e propria, dicono gli economisti, è ancora lontana. La crisi continua: vuol dire soprattutto che in Italia mancano i soldi. E questi non ci sono perché, in generale, scarseggia il lavoro. Da una parte ci sono i cittadini, e dall’altra il mercato del lavoro: in mezzo grandiose file di persone che bivaccano, nervose o sonnolente, aspettando che il proprio numero venga chiamato. Un po’ come in macelleria.

Insomma, nella relazione cruciale italiani-lavoro, sembra sia il secondo a difettare. Ma se invece a mancare fosse proprio il primo termine? Come scriveva sconsolato il marchese d’Azeglio centocinquant’anni fa, «pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani». E non è una mera questione linguistica e sociale, come la si poteva intendere fino a qualche lustro fa: l’Italia di questi anni, l’Italietta degli stenti, non investe sul proprio capitale umano.

La conferma statistica di tutto ciò arriva dall’annuale Human Capital Report, stilato dal World Economic Forum (www.weforum.org) . Piuttosto lontano da quella utilizzata da Virzì nel suo omonimo film, qui l’accezione di capitale umano tende a significare l’insieme delle competenze, delle capacità professionali e delle abilità relazionali di un insieme di persone unite sotto la medesima egida nazionale. E l’Italia, come si diceva, non se la passa bene: il nostro Paese, rispetto agli altri Stati occidentali, non investe abbastanza sul proprio capitale umano, piazzandosi al 37° posto in una lista di 122 Paesi. Peggio di noi, nel nostro continente, solo Grecia, Polonia, Croazia e Lettonia. Meglio di noi, allargando lo sguardo, perfino il Quatar, al 18° posto. Quattro sono i punti fondamentali analizzati dall’indice, ovvero istruzione, salute, benessere e occupazione lavorativa. Se ce la caviamo bene nel settore della salute, con un decoroso 19° posto, precipitiamo in caduta libera per quanto riguarda la partecipazione alla forza lavoro, con un tragico piazzamento al 75° scalino. Fin qua, però, niente di nuovo. Quello che invece stupisce e deve far riflettere, soprattutto in questi giorni tumultuosi in cui l’apparato scolastico è tornato prepotentemente al centro delle polemiche, è il fatto che il WEF piazzi il sistema educativo italiano al 40° posto. Ed è qui, in un certo senso, che casca l’asino, perché è proprio il primo anello della catena ad essere fragile, quello che in prima istanza dovrebbe formare gli italiani, i quali, è inutile dirlo, dovrebbero essere a tutti gli effetti la risorsa più autentica e preziosa dell’Italia.

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mercoledì 20 giugno 2018