La meravigliosa vita dei laureati in Lettere

Il titolo di questo pezzo poteva essere Piagnistei di un umanista o Quei letterati dietro al bancone. Ho trovato più giusto però omaggiare un romanzo breve uscito qualche anno fa, La vita meravigliosa dei laureati in lettere di Alessandro Carrera. È un libretto dissacrante, a momenti fastidioso, che però merita di essere letto. Tanto per farvi capire i toni del romanzetto, secondo Carrera nulla al mondo «è più inutile di un laureato in lettere disoccupato. Un asteroide caduto fuori dalla sua galassia ha più motivo di esistere di un laureato in lettere disoccupato. Un neutrino che vive per un miliardesimo di secondo porta più contributi all’universo di un laureato in Lettere disoccupato».
Certo, le pagine di Carrera ridicolizzano un’intera categoria di malcapitati attraverso un’esagerazione iperbolica. Ma, al di là di ogni drammatizzazione, è indiscutibile che negli ultimi anni i termini ‘laureato in Lettere’ e ‘disoccupato’ vadano a braccetto – bisogna però ammettere che anche altre coppie semantiche vanno alla grande, come per esempio ‘umanista-cameriere’ e ‘letterato-precario’. Ma allora chi ce l’ha fatto fare di buttarci a capofitto nell’anacronistico studio delle materie umanistiche? Perché ci sono migliaia di bizzarri personaggi che hanno speso i migliori anni della loro vita con il naso conficcato in libroni polverosi e corrosi dal tempo?
Eppure tutti quanti eravamo stati avvertiti: ogni presentazione di un Corso di Laurea in Lettere che si rispetti inizia con la sconcertante frase «non aspettatevi di trovare facilmente un lavoro». Nondimeno, siamo andati avanti, abbiamo imboccato un’autostrada a quattro corsie verso lo sfacelo delle nostre speranze, sicuri che la società civile contemporanea non avrebbe potuto fare a meno del nostro formidabile bagaglio di conoscenze filologico-letterarie. Ci sbagliavamo. E quelli che all’inizio ci avevano esortato a cambiare strada ora sono ancora qui a dirci «te l’avevo detto», una frasetta innocentemente maliziosa che provoca un’eco catastrofica nelle nostre romantiche menti di letterati frustrati.

Sul povero umanista (male occupato, poco occupato o disoccupato) cala così ogni giorno la sera, accolta con un misto di delusione e buoni propositi per l’indomani. Il misero laureato rientra dunque in casa, lontano da quella società che per lo più lo snobba o lo schifa, e si immerge nella sua personale interpretazione del mito della caverna: scampato ancora una volta a un mondo fatto di nervosismi e illusioni, si rifugia nell’universo perfetto di quel libro lasciato aperto la sera innanzi – del quale vuole credere che il mondo esterno non sia che un maligno riflesso. Ed è lì che, come diceva l’antico Niccolò, «non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte».

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mercoledì 4 ottobre 2017