La guerra, una questione di retorica

La guerra, una questione di retorica

Un tempo per richiamare il popolo allo sforzo bellico bastava un bel cartellone dai colori accattivanti e con le parole giuste – «I want you for U.S. Army o «Britons want you!» – e il gioco era bell’e fatto. Ora che fortunatamente l’interventismo non va più di moda e che il patriottismo dei Paesi occidentali sonnecchia nel tepore della globalizzazione, la propaganda bellica deve scovare mezzi meno espliciti.

Un esempio di questa nuova retorica ci arriva in questi giorni dall’amministrazione USA, la quale, volendo sintetizzare al massimo la tensione delle ultime settimane, voleva – vorrebbe – colpire la Siria per metter paura all’alleato Iran. Insomma, “parlare a nuora perché suocera intenda”.

Il caso retorico più vistoso è quello del Segretario di Stato Kerry, il quale in un’intervista ha esordito con una similitudine tra il Presidente siriano Assad ed Hitler, manifestando così la necessità “storica” di un intervento.

Il paragone cade però nel vuoto, poiché, stando alle dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca, l’eventuale azione americana non avrebbe lo scopo di far cadere il regime di Assad, bensì “solamente” quello di neutralizzare il suo arsenale chimico, e poi tornarsene a casa. Come se un crudele dittatore senza la sua dose di gas nervino diventasse un docile agnellino.

Sempre il segretario Kerry ha poi spiazzato il suo stesso entourage lasciandosi scappare, durante una successiva intervista, un’opzione pacifica, ovvero l’annullamento dell’intervento di fronte ad una consegna, da parte dell’esercito siriano, di ogni singola parte delle sue armi chimiche. Poco dopo questa dichiarazione un portavoce del Dipartimento di Stato statunitense è corso ai ripari affermando come Kerry abbia posto «un argomento retorico riguardo l’impossibilità e l’improbabilità che Assad consegni le armi chimiche». Pura retorica, per l’appunto, della quale però la Russia si è repentinamente impadronita trasformandola in una proposta ufficiale già recapitata al tavolo di Assad.

Sorge quindi spontanea una domanda: come hanno potuto gli Stati Uniti passare dall’immobilismo degli ultimi due anni ai preparativi dell’attacco senza neppure pensare ad una ben più banale trattativa diplomatica preventiva? La linea diplomatica filo-siriana di Putin non è certamente adorna di ramoscelli d’ulivo, ma potrebbe comunque funzionare.

Ma allora perché Obama, il quale nell’ultimo discorso s’è definito «amante delle soluzioni pacifiche» non ha provato la via diplomatica prima di oliare il fucile? Perché usare fiumi di retorica per motivare un intervento armato e non impiegare invece la stessa “arte del persuadere” per un tentativo preliminare di riappacificazione? Non è da tutti, certo. Ma non ce lo si poteva aspettare da un Nobel per la Pace?

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mercoledì 4 ottobre 2017