La forca? C’è di peggio. Sopravvivere ad un’impiccagione

«È abbastanza evidente che coloro che sostengono la pena di morte hanno più affinità con gli assassini di quelli che la combattono.» Remy de Gourmont

Il 10 ottobre scorso si è celebrata la decima Giornata mondiale contro la pena di morte, invito a scadenza annuale a mobilitarsi contro la pratica della pena capitale.

Le ragioni che hanno spinto 140 Paesi ad abolire questo retaggio medievale si possono suddividere sinteticamente in due filoni di pensiero: la consapevolezza della fallibilità umana, per la quale un innocente potrebbe essere condannato a morte ingiustamente, e la non deterrenza della pena capitale. Talvolta infatti si è pensato, e taluni ancora pensano, che la condanna a morte funzioni come dissuasivo nelle menti dei malintenzionati. Ma andando a leggere i dati concreti si scopre che la forca non rappresenta in nessun modo un reale deterrente: in Canada, per esempio, il numero di omicidi è diminuito con l’abolizione della pena di morte, nel 1976; in India, dove per sette anni non vi è stata nessuna esecuzione, gli omicidi sono diminuiti del 23 per cento. Eppure 58 Stati nel mondo continuano ad applicarla.

Pochi giorni fa un trentasettenne iraniano è stato condannato a morte per il possesso di un chilo di metamfetamine. Appeso al cappio, è stato dichiarato deceduto dopo 12 minuti. Senonché, una volta in obitorio, si è scoperto che Alireza M., questo il nome del condannato, respirava ancora. Risultato? Appena ristabilitosi, egli verrà impiccato una seconda volta. Aldilà dell’assurdità della pena, Amnesty International ha voluto sottolineare l’impietosità del tormento imposto ai familiari, vittime di un incubo grottesco. Sì, c’è di peggio di un’impiccagione. Ce n’è un’altra.

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mercoledì 6 febbraio 2019