La Corte penale internazionale e la crisi dell’internazionalismo

Nel 1998 una conferenza internazionale riunitasi a Roma elaborava ed approvava un rivoluzionario trattato per la creazione di una Corte Penale Internazionale (CPI). L’idea era costituire un tribunale che potesse giudicare in maniera imparziale gli individui responsabili dei crimini più spietati. L’iniziativa era dovuta in particolare alla pressione dell’opinione pubblica, sempre più contraria a lasciare impuniti i colpevoli di violenze come quelle commesse in Bosnia e Ruanda solo pochi anni prima. Così, nonostante la mancata adesione delle maggiori potenze mondiali, la firma e la ratifica dello Statuto di Roma furono accompagnate dall’entusiasmo tipico dell’inizio di una nuova era.

Venti anni dopo, tuttavia, la CPI si trova ad affrontare una grave crisi di legittimità. Nell’ottobre 2016 il Burundi, il Sudafrica e il Gambia hanno annunciato l’intenzione di abbandonare la Corte, colpevole a loro avviso di avviare indagini solo contro individui africani. A prescindere dalle rispettive motivazioni, l’annuncio dei tre Paesi ha dato il via ad una serie di dichiarazioni dello stesso tenore da parte di altri governi, alle quali si è aggiunta solo pochi giorni fa quella del presidente filippino Duterte.

Anche se riportate dai maggiori media, queste notizie sono passate relativamente sotto traccia e pochi sembrano essersi accorti del fatto che potrebbe trattarsi degli effetti visibili di un nuovo fenomeno che investe le relazioni internazionali nel loro complesso. Dopo anni di crisi economica, guerre, terrorismo, migrazioni e mutamenti epocali, le organizzazioni internazionali sembrano infatti aver fallito, agli occhi di molti, nel ruolo storico che gli era stato affidato. La speranza di un futuro migliore è riposta sempre più spesso nelle capacità del singolo Stato, piuttosto che nella cooperazione fra di essi; anzi, l’attività degli organismi internazionali è di frequente percepita come un’indebita intrusione negli affari dei governi e una limitazione della loro azione. Complici le nuove paure e le rinnovate passioni nazionalistiche, i temi della sovranità dello Stato e dell’esclusione delle ingerenze altrui sembrano perciò essere tornate prepotentemente al centro del dibattito internazionale. In questo senso, l’atteggiamento degli Stati nei confronti della CPI, che per qualche anno ha rappresentato una speranza concreta di un mondo più giusto e sicuro, può essere un’utile cartina di tornasole per valutare lo stato dei rapporti tra i soggetti internazionali.

Dinanzi ad una pesante perdita di legittimità della Corte Penale Internazionale e agli avvenimenti politici degli ultimi due anni, è quindi lecito domandarsi se ci troviamo di fronte alla definitiva crisi dell’internazionalismo come abbiamo imparato a conoscerlo oppure solo di fronte al mutamento di alcuni suoi caratteri, imposto dalla nuova realtà sempre più multipolare nella quale viviamo. Anche se per ora manca una risposta certa, probabilmente non dovremo attendere molto per averne una.

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martedì 17 aprile 2018