Ice Bucket Challenge, selfie bagnati per la SLA

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Gavettoni autoinflitti spuntano in ogni dove. Per farlo, Bill Gates ha costruito una struttura metallica che non troverà mai altro impiego; Jovanotti ha rispolverato uno dei suoi migliori successi; Matteo Renzi ha passato ore davanti l’armadio per trovare una camicia che ben si sposasse con il colore del costume; Luciana Littizzetto ha fatto una gaffe che lei stessa avrebbe inserito nella trasmissione tv Che tempo che fa.

Ice Bucket Challenge, la sfida dei secchi pieni di ghiaccio, video virali incentrati sul nobilissimo scopo di trovare una cura per la sclerosi laterale amiotrofica (SLA). Ma a chi è venuta la brillante idea? Alcune testate affermano che il primo invito è giunto da Peter Frates, un giocatore di baseball cui la SLA è stata diagnosticata due anni fa. Pare però che negli Usa circolassero video simili ancora prima di Frates, nei quali diversi atleti si sfidavano a secchiate d’acqua ghiacciata, pena la donazione di 100 dollari a un qualsiasi ente scelto dallo sfidante. La SLA sarebbe quindi arrivata dopo, sgominando gli altri possibili destinatari. Ma a prescindere dalla sua genesi, l’iniziativa sta funzionando alla grande, almeno negli States: dal 29 luglio al 24 agosto sono stati raccolti 70 milioni di dollari, contro i 2,5 milioni conteggiati l’anno scorso nello stesso periodo. In Italia le cifre sono inferiori: l’AISLA parla di 685 mila euro. Soldi che senza il tag #IceBucketChallenge probabilmente non sarebbero mai stati raccolti, ma che in qualche modo sembrano “pochi” se paragonati alla mole di chiacchiere circolate intorno al fenomeno.

Insieme ai video, la rete si sta però alimentando anche di gelide critiche contro l’iniziativa, alcune sensate, altre assurde. C’è chi, per esempio, accusa Renzi di essersi messo in mostra pubblicando la propria secchiata, anziché declinare l’invito mantenendo intatta e asciutta la propria immagine pubblica – Obama docet. C’è chi inveisce indiscriminatamente contro ogni filmato, affermando che tutti dovrebbero stare zitti e donare privatamente, senza pubblicizzare la propria vanità. Ma senza la vanità – compiacimento che spinge una grossa fetta della popolazione a scattarsi dei selfie ogni volta che un obbiettivo passa nelle sue mani – questo tormentone non sarebbe mai arrivato fino a noi. Insomma, dal trionfo dell’autoritratto fotografico (il narcisismo individualistico promosso dai social network) a quello della doccia per la SLA il passo è stato breve. È però innegabile che per gli affetti da sclerosi laterale amiotrofica un – quel –passo può essere gigantesco.

L’importante è ricordarsi che se qualcuno si butta secchiate d’acqua addosso solamente per mettersi in mostra con qualcosa di più dinamico di un selfie, non fa male a nessuno – se non a se stesso, se l’acqua è veramente fredda. Se però anche solo una persona, guardando quello stupido video, donerà una decina d’euro, beh, sarà cosa ben fatta.

www.aisla.it

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giovedì 5 ottobre 2017