Fermiamo la condanna a morte di Alì

Alì al Nimr oggi ha poco più di vent’anni. Nel febbraio 2012 è stato arrestato per reati politici commessi quando ne aveva 17. A maggio dello scorso anno una corte penale del suo Paese, l’Arabia Saudita, l’ha condannato a morte: verrà ucciso per decapitazione, poi il suo corpo verrà crocifisso fino a sopraggiunta putrefazione. In questo modo, infatti, vengono eseguite le condanne a morte in quel Paese.

La colpa di Alì? Avere partecipato a una manifestazione organizzata contro il governo di Riyad nel periodo in cui in tutto il Nord Africa divampavano proteste e rivolte (la cosiddetta “Primavera araba”).

Nelle ultime settimane si sono moltiplicati in tutto il mondo gli appelli di coloro che chiedono all’Arabia Saudita di tener fede agli impegni internazionali, annullando la condanna che pende sulla testa del ragazzo. Al di là, infatti, della più che legittima opposizione alla pena di morte, i trattati sottoscritti anche dal governo di Riyad vietano esplicitamente di comminare questa pena a persone che avessero meno di 18 anni quando è stato commesso il reato.

Amnesty International, Nessuno tocchi Caino e altre associazioni attive nella difesa dei diritti umani si sono mosse per portare all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di Alì. Per il momento, però, la mobilitazione internazionale non sembra avere sortito effetti sulla posizione del governo di Riyad. Molto dura è stata anzi la risposta dell’ambasciatore saudita in Italia alla manifestazione organizzata a inizio mese a Roma dai Socialisti Europei. In una lettera “agli amici italiani” pubblicata sul sito web dell’ambasciata, il Capo della diplomazia saudita ha di fatto invitato l’opinione pubblica del nostro Paese a rimanere fuori da questioni che riguardano esclusivamente la politica interna dell’Arabia Saudita.

Di questo avviso, peraltro, sembra essere anche la maggior parte dei Governi occidentali, dato che fino ad ora soltanto il presidente francese Hollande ha preso una posizione netta contro la condanna di Alì. L’Arabia Saudita, d’altronde, pur essendo uno Stato teocratico con limiti evidentissimi ai diritti civili e umani, è annoverata fra i Paesi islamici moderati. Questo consente agli Stati occidentali di intrattenere con lei strettissimi rapporti diplomatici e commerciali.

Rimane però la possibilità di una protesta che parta dal basso, facendo pressioni non solo sul Governo di Riyad, ma anche su tutti i Governi occidentali perché intervengano per ricondurre l’Arabia Saudita sulla strada del diritto internazionale. Prima di tutto sottoscrivendo le petizioni promosse da Amnesty International e Change.org, ma anche scrivendo direttamente all’Ambasciata saudita per esprimere il proprio dissenso.

ali_nemer

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giovedì 27 aprile 2017