Fast Fashion

L'evoluzione della moda ai tempi del consumismo

Questo articolo fa parte del laboratorio Scrittori di classe

Negli ultimi anni la moda ha subito un enorme cambiamento per quanto riguarda la produzione di capi d’abbigliamento e il consumismo. Questo ha avuto grandi conseguenze anche per il marketing dei prodotti, l’inquinamento e la globalizzazione.

Il nuovo tipo di moda a cui oggi assistiamo viene chiamato “Fast Fashion”, ma in che cosa consiste? Fast fashion è un termine nato intorno agli anni Novanta che indica un tipo di moda basato sull’economia dell’abbondanza,che fa guadagnare abbassando i prezzi di un bene ed ampliando al massimo le dimensioni del suo mercato. Quest’ideologia si scontra con la politica inversa, ossia quella della scarsità, che guadagna alzando i prezzi di un bene generando un mercato di dimensioni più ristrette.

Questi due modi differenti di guadagno possono essere uguali dal punto di vista economico, ma non da quello sociale. Infatti l’economia dell’abbondanza porta a maggiore inquinamento e sfruttamento dei lavoratori nelle imprese che hanno delocalizzato la produzione in altri Paesi, dove i diritti lavorativi vengono meno rispettati. Così queste imprese guadagnano di più, pagando meno i dipendenti e le tasse imposte.

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Invece per quanto riguarda il fattore dell’inquinamento, è ovvio che fabbricando più capi, aumenti anche l’impronta ecologica, ossia il consumo umano di risorse in relazione alla capacità della Terra di rigenerarle, e che quindi il nostro pianeta ne risenta di più.
In media vengono acquistati circa 80 miliardi di vestiti ogni anno, il 15% del tessuto viene sprecato durante il processo produttivo, mentre l’85% finisce nelle discariche e, se non contenuto correttamente, può contaminare le acque di falda.

Ci sono alcuni metodi a parer mio per combattere la fast fashion. Prima di tutto evitare i negozi che puntano a soddisfare i clienti con vestiti economici ed allo stesso tempo alla moda. Cercare il più possibile di comprare vestiti confezionati in Italia, anche se il “made in Italy” ha un costo più elevato. In questo modo, c’è una maggiore probabilità che per la fattura di quel capo non sia stato sfruttato nessuno o inquinato più di tanto il pianeta, soprattutto perché la merce per arrivare dalla fabbrica ai negozi non ha dovuto fare lunghi viaggi.

Attualità, Scrittori di classe
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giovedì 27 aprile 2017