Fake news: una responsabilità collettiva

Si parla spesso, forse con i toni un po’ troppo sensazionalistici delle stesse fake news, di allarme fake news, e come in tutti i casi di allarme è bene sia drizzare le orecchie che munirsi di un paio di pinze con cui prendere le parole.

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Allarme sì o allarme no? Sicuramente il concetto di fake news è vecchio di secoli, e gli esempi si sprecano – esempi che non verranno riportati qua, perché il bello del web è che ognuno può svolgere le proprie ricerche da sé. Ecco, il discrimine è proprio questo: il web. Se fino a qualche anno fa le boiate – mi si perdoni il francesismo – provenivano dall’ormai folkloristico Mio Cuggino™ , tra alligatori nel water e il celeberrimo colpo-segreto-che-se-te-lo-dà-dopo-tre-giorni-muori, ora esiste una cassa di risonanza che va ben oltre la chiacchiera da bar. E sembra anche avere una maggior credibilità, perché “se lo dicono in TV è vero di sicuro, ma anche quella testata giornalistica online che finisce con Altervista.org mi pare abbastanza affidabile”.

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Il web non ha cambiato le cose: le ha solo rese più palesi.

In realtà un sondaggio della BBC rivela che quattro internauti su cinque sono preoccupati da questo fenomeno che sembra rendere così labili i confini tra vero e falso, formando una zona grigia non regolamentata e apparentemente difficile da sondare. Eppure, se da una parte questo risultato evidenzia un enorme timore nei confronti di quella che non è certo una novità, dall’altra dovrebbe rassicurarci e farci credere che ad azione corrisponda reazione, e che tali paure stimolino l’utenza al fact checking.

Alla luce di tutta questa consapevolezza, viene spontaneo chiedersi come possano proliferare così tanto le fake news e, addirittura, se sia effettivamente vero che lo facciano. La risposta più semplice è una banalissima legge di mercato: ci sono persone che necessitano di contenuti che possano in qualche modo avvalorare i preconcetti a cui sono legate e altre che rispondono a questa domanda creando e diffondendo tali contenuti. Gli esempi più lampanti e forse abusati sono quelli delle bufale razziste che vanno ad accontentare la fetta di pubblico radicata in idee retrograde e poco intenzionata a rivederle, che non vede altro che una conferma nell’ennesimo “Risorsa boldriniana stupra, uccide e sevizia onesti cittadini” appiccicato su qualche pagina web di dubbia provenienza. Titoli che, nella maggior parte dei casi, non spostano l’opinione, ma si limitano a sedimentarla.

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«Viviamo in una società di democrazia avanzata e di massa, dove tutti hanno diritto al “microfono” o al post su Facebook (…);  con l’avanzare di questa società, si è sempre più eroso il principio di autorità e autorevolezza che esigeva un rispetto universalmente riconosciuto e condiviso verso alcune centrali del pensiero e della comunicazione.» – Corrado Ocone

A conti fatti, quindi, ha davvero senso parlare di allarme fake news? È vero, molti portali nati solo per crearne di nuove – che nuove non sono mai – generano un’enormità di click e portano un guadagno a chi, in fondo, non fa altro che cavalcare un’onda. Ma è altrettanto vero che la colpa è nostra: ne parliamo convinti che ce ne sia bisogno, ne ridiamo pensando di sentirci superiori, a volte ci crediamo perché abbiamo bisogno di farlo, e in ogni caso contribuiamo a nutrirle. Perché siamo figli di un contesto che, forse, un po’ ci meritiamo.

 

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lunedì 23 luglio 2018