Confini planetari

Un gruppo di scienziati guidati da Johan Rockströme e Will Steffen ha presentato uno studio sugli effetti della pressione antropocenica sulla Terra, coniando il concetto di Planetary Boundaries. L’idea è definire con precisione lo spazio in cui l’Umanità può operare in tranquillità, senza cioè rischiare di rendere il pianeta non solo poco ospitale quanto del tutto inabitabile. L’obiettivo è fornire alcuni strumenti cognitivi alla Comunità internazionale, nel tentativo di coinvolgere i governi, la società civile e il settore privato nel cammino verso la giusta direzione: uno sviluppo sostenibile.
La ricerca scientifica evidenzia che le azioni umane, dopo la rivoluzione industriale, sono diventate il principale motore del cambiamento climatico e che una volta superate determinate soglie, definite appunto “confini planetari”, esiste il ragionevole rischio che s’inneschi un brusco quanto irreversibile mutamento ambientale. Lo studio ha individuato nove confini oltre i quali ci si trova inevitabilmente al di là dei margini di sicurezza. Essi sono i seguenti:
1. il cambiamento climatico;
2. la perdita della biodiversità;
3. la modifica del ciclo biogeochimico dell’azoto e del fosforo;
4. l’acidificazione degli oceani;
5. l’antropizzazione degli ambienti naturali;
6. la diminuzione delle risorse idriche globali;
7. la riduzione della fascia d’ozono nell’atmosfera;
8. la diffusione di aerosol atmosferici;
9. l’inquinamento dovuto alla diffusione di prodotti chimici antropogenici.
A causa delle attività umane alcuni di questi confini pericolosi sono già stati attraversati, mentre altri sono sul punto di esserlo.
Un riassunto dei risultati completi dello studio, esposti all’Assemblea Generale del Club di Roma ad Amsterdam nel 2009, è stato pubblicato in un’edizione speciale della rivista Nature dello stesso anno. Chiunque si occupi di clima con metodo scientifico sa che la situazione è drammatica. Rifiutarsi di prenderne atto significa aderire a una campagna di comunicazione di compagnie, spesso del settore dei combustibili fossili, che finanziano con ingenti somme di denaro ogni forma di negazionismo.
Dallo scorso novembre, la Commissione Europea non si avvale più della figura del consulente incaricato di fornire consigli e valutazioni indipendenti sui temi dell’innovazione scientifica e tecnologica. Tale scelta forse non impedirà alla Commissione guidata da Jean-Claude Juncker di esprimere una governance energica. Ma certo rinunciare allo Chief Scientific Advisor dinnanzi a sfide così impegnative, prima fra tutte la necessità di contribuire al mantenimento dell’innalzamento della temperatura media del pianeta entro i 2 gradi centigradi nei prossimi anni, non può essere considerata una scelta vincente. Il compito dell’esperto era quello di rendere fruibili le conoscenze scientifiche più all’avanguardia, convogliando l’attenzione politica su temi di cruciale interesse globale. Privarsene potrebbe dimostrarsi molto controproducente.

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mercoledì 4 ottobre 2017