Compassione

Stavo leggendo il libro “La strada del davai” di Nuto Revelli, mentre mio marito guardava il tg. La notizia era quella delle barricate di Gorino. La frase appena letta “avevano niente e quel poco lo condividevano con noi” si riferiva alla popolazione russa che nutrì e sfamò gli alpini durante la ritirata nei primi mesi del ’43.

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Contadini, gente povera apriva le porte e offriva ristoro agli invasori in rotta, a chi con armi era andato a conquistare la loro terra ed ora miserabile e stracciato fuggiva. L’esercito vittorioso che incalzava gli invasori era composto dai figli, mariti, padri di quelle stesse donne che aprivano le porte nella speranza che, se loro avessero trattato con umanità quegli uomini, altri avrebbero fatto lo stesso con i loro una volta giunti in terra straniera. Ma non fu solo questo. I testimoni raccontano che la popolazione ebbe pietà di loro. Negli occhi delle donne non c’era odio, ma compassione. Era tempo di guerra. La popolazione aveva fame, senza quelle provviste non avrebbero sopportato l’inverno, ma non si tirarono indietro.
Ed ecco l’attualità: noi nutriti, al caldo e con ampie riserve alziamo le barricate. Parliamo di invasione, ma di fronte abbiamo persone inermi che fuggono con l’unica cosa preziosa che gli resta: la speranza.

I termini che usiamo sono importanti: le parole forgiano il pensiero, non vanno usate alla leggera. Li definiamo: costo, problema, invasione, delinquenti o presunti tali, immigrati, clandestini; gente venuta a toglierci qualcosa, a impoverirci. Forse sono queste parole che ci impediscono di vedere uomini e donne, di interessarci alle loro storie, al loro dolore.

Forse se tornassimo a parlare di uomini e donne sapremo posare su di loro uno sguardo nuovo, uno sguardo di compassione. Cum -patio: muovere il cuore, condividere la sofferenza, portarla insieme, mettersi nei panni dell’altro.

L’Europa è nata da una catastrofe immane. Dal sangue e dalle macerie prese vita un progetto di pace con un solo imperativo e monito: mai più! Mai più si ripeta un male così terribile e immenso ma, come insegna Hannah Arendt, anche così banale. Non sono infatti i mostri a compierlo, ma le brave persone che hanno perso la capacità di mettersi nei panni degli altri. La banalità del male è mancanza di empatia.

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giovedì 27 aprile 2017