Tanto fumo, quale arrosto?

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Se negli anni ’30 per Adorno ed Horkheimer l’imperativo categorico della società nella quale avevano perso ogni speranza era “adeguarsi”Oggi la parola d’ordine sembra esser diventata “distinguersi”.

Bisogna “distinguersi” in qualche modo dalla massa di studenti che affollano le Università per riuscire un domani a farsi largo nel mercato del lavoro. Bisogna “distinguersi” attraverso gli stage: selezionare accuratamente le aziende migliori, i brand vincenti, i coach più in gamba. Bisogna “distinguersi” attraverso i networks di conoscenze allacciate, la web reputation acquisita, le scuole frequentate, le Summer School più “in” alle quali ci si è iscritti, e via dicendo.

self_marketing_coaching_orientamento

Insomma, è necessario saper spiccare nella folla, saper emergere attraverso il rumore, per acchiappare al volo un’opportunità migliore, per essere tenuti in considerazione, per avere un certo peso, per poter prendere le distanze dalla “massa” alla quale, tuttavia, volenti o nolenti apparteniamo. Il cosiddetto personal branding serve anche a questo. C’è un esercito di strateghi della comunicazione, là fuori, che ne fa un diktat. Guai a non saper valorizzare al meglio il proprio cv, guai a non fare ogni cosa solo ed esclusivamente in funzione del cv. Tutto ciò che non vi rientrerebbe semplicemente non val la pena farlo. Sei un ingegnere, ma ti piace fare a maglia nel tempo libero? Beh, sai già cosa non scrivere nel tuo cv, quale errore madornale sarebbe inserirvi qualcosa che di logico ha ben poco.

Eppure.

Eppure, tutto ciò, ad un certo punto, rischia di diventare l’unica cosa di noi. Il nostro cv, quel pezzo di carta valido a far sì che possiamo trovare un lavoro, diventa l’unica traccia di noi. A furia di lustrarci ed infiocchettarci ed imbellettarci ciò che di noi rimane è il lustrino, il fiocco, il belletto. Tanto fumo, quanto arrosto? Quale arrosto? C’è, poi, un arrosto?

Eppure, non siamo poi tanto distanti dal tanto stigmatizzato “adeguarsi” dei sopraccitati francofortesi: tutti ci vogliamo distinguere, dunque tutti ci adeguiamo. Tutti vogliamo apparire più bravi, più belli, più forti, vincenti e splendenti. E più o meno tutti, allora, lo sembreremo (tanti sforzi portano ovviamente a qualche risultato).

Eppure, mi sembra che il self-marketing, questa rincorsa a piazzare se stessi possa uccidere la nostra soggettività, la nostra creatività, la nostra vera distinzione, il nostro reale marchio di fabbrica che rende qualcuno quello che è, distinguendolo da tutti gli altri, per cui io sono Sara e tu sei Giuseppina, ed io Sara non posso essere Giuseppina quanto tu sei Giuseppina.

Eppure, attraverso il tanto fumo, il troppo fumo, potrei non vedere bene, non riconoscere bene che tu sei tu ed io sono io. E potrei arrivare a pensare che, beh, tanto, che sia tu o che sia io, fa lo stesso.

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mercoledì 4 ottobre 2017