Avevo paura

Non si deve arrivare al massacro per poterne parlare

Per anni ho cercato di non esistere in internet. Mi preoccupavo spesso di navigarci, digitando il mio nome e sperando non comparisse nulla che potesse far risalire a dove vivessi… Avevo paura di un mio ex, che si era ripresentato dopo anni dalla nostra rottura. Cambiare il numero di telefono certo mi aveva liberata dal terrore che provavo quando lo sentivo suonare senza poter riconoscere l’identità di chi tentava il contatto. Risolvevo non rispondendo. Ma un leggero stato di tensione e allerta aveva continuato ad accompagnarmi, alleandosi a una fervida immaginazione e ad una tendenza ad anticipare il peggio per fronteggiarlo nel migliore dei modi. Non era bastato presentarmi dai Carabinieri, dove in risposta ai miei timori mi fu detto, forse un po’ per sdrammatizzare, che uno schiaffo ogni tanto noi donne ce lo meritiamo. Nemmeno il consiglio dello psicologo di “non seguire le mode del momento” quando accennai allo stalking mi aveva granché tranquillizzata, anzi. Questa situazione, protratta nel corso di alcuni anni, mi privò spesso della possibilità di partecipare pienamente a una sana vita relazionale e di comunicare con spontaneità attraverso l’uso dei social network. L’anno scorso decisi però di partecipare al Corso di formazione per volontarie del Progetto R.O.S.A., organizzato dalla Fondazione Famiglia Materna. Lì ho conosciuto meglio la realtà nazionale che contrasta il fenomeno della violenza domestica. Ho imparato che ne esistono di diversi tipi e che lo stalking è solo uno dei suoi possibili volti. Esso però non può essere definito come un raptus improvviso, bensì come una delle possibili evoluzioni di una relazione caratterizzata da maltrattamenti. Ho capito che la violenza non è sempre visibile e che non si deve arrivare al massacro per poterne parlare. C’è la violenza psicologica, un continuo attacco all’autostima altamente debilitante; quella economica, che costringe a umilianti trattative e priva la sua destinataria di informazioni finanziarie cruciali. E quella sessuale. Come sottolinea Katherine Mac Kinnon in Le donne sono umane?, anche in ambito giuridico più una donna è intima con il suo aggressore più sarà difficile che la Corte riconosca l’esercizio della violenza dell’uomo. Ma «se un “no” può esser considerato un “sì”, quanto può essere libero un “sì”?».
E poi c’è la violenza a cui sono esposti i bambini, capace di provocare in loro danni di prolungata e subdola manifestazione.

Esiste però un antidoto a tutte queste forme di abuso. La presenza di un testimone consapevole che bilancia la crudeltà con empatia e supporto amorevole. Esso è il nodo vivo di una rete che co-costruisce ed indica le possibili strade per uscire dalla violenza. Io sono felice di averlo conosciuto al corso per volontarie dei centri antiviolenza organizzato a Rovereto (TN). Mi è venuto incontro con un sorriso aperto, sotto forma di operatrici ed insegnati di grande valore umano e professionale. È un vero onore poterne scrivere, rendendovene partecipi. Libertà è partecipazione.

fotoAlice Miller 
Alice Miller, psicologa, psicanalista e saggista svizzera che si è occupata principalmente di psicologia dell’età evolutiva e degli esiti negativi che gli abusi psicofisici inflitti ai bambini all’interno della famiglia comportano nella crescita e nell’età adulta.

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venerdì 6 ottobre 2017