La tossicodipendenza

Intervista alla dottoressa Iva Vedovelli

Ne abbiamo sempre sentito tanto parlare e ormai il fenomeno della tossicodipendenza fa parte del nostro immaginario collettivo: tutti sappiamo di cosa stiamo parlando quando vi facciamo riferimento ed il mondo della stampa, dell’arte e del cinema hanno trattato il problema in lungo ed in largo (un esempio per tutti, il film ormai di culto Trainspotting).

Ma siamo davvero sicuri di sapere davvero di cosa stiamo parlando? Abbiamo un sacco di convinzioni in merito alla tossicodipendenza che diamo per scontate ed assodate: riguarda l’abuso di sostanze nocive per il nostro organismo, interessa persone disagiate e socialmente emarginate e, soprattutto, non interessa noi persone “normali”, e tante altre.

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Non ci vuole molto per rendersi conto che in realtà tutte queste convinzioni che riteniamo sicure siano decisamente poco fondate e che in realtà sul tema ci sia parecchia confusione e disinformazione. Abbiamo perciò deciso di chiarirci le idee facendo visita alla dottoressa Iva Vedovelli, psicologa presso il reparto di Psicologia Clinica dell’Azienda Sanitaria della Provincia di Trento.

Dottoressa Vedovelli, al giorno d’oggi si sente tanto parlare di dipendenza in un modo in cui non siamo mai stati abituati: abbiamo sempre pensato che la dipendenza fosse legata al consumo di sostanze (droghe, nicotina, alcool, ecc.), ma spesso si usa la definizione “tossicodipendenza” anche per altri fenomeni (gioco d’azzardo, social network, pornografia, ecc.) che riguardano dei semplici comportamenti. È corretto parlare di dipendenza in questi due casi che sembrano così diversi?

Certo, in entrambi i casi si può parlare di tossicodipendenza ed è importante avere chiaro cosa si intende con questo termine per rispondere alla domanda. Noi che abbiamo lavorato nell’ambito della tossicodipendenza troviamo utile definirla non tanto in base alla presenza o meno di un consumo di sostanze o del ripetersi di determinati comportamenti, bensì in base al livello di coinvolgimento psichico della persona con l’oggetto da cui è dipendente. Vale a dire che parliamo di dipendenza quando l’oggetto della dipendenza invade il campo psichico individuale (pensieri, desideri, scelte) in maniera totalizzante, tale che tutta la vita della persona dipendente ruota completamente attorno all’elaborazione di strategie e alla messa in pratica di azioni per reperire la sostanza e consumarla o per trovare il tempo e le risorse per ripetere il comportamento.
Vede bene come in questa definizione il fattore, diciamo così, “fisico” del consumo di una sostanza sia assolutamente in secondo piano, mentre fondamentale diventa l’elemento psicologico del grado di coinvolgimento con l’oggetto della dipendenza.

Cos’è che accomuna le due cose però? Sembra evidente che una persona che fuma o che si droga introduca nel suo corpo delle sostanze alle quali l’organismo a lungo andare resta assuefatto. Da lì la dipendenza risulta chiara. Nel caso di un comportamento non sembra esserci alcun tipo di assuefazione: il giocatore d’azzardo non ha in circolo nel sangue la nicotina, come invece ha il fumatore. Verrebbe da pensare che tra le due cose ci sia una differenza. Cos’è che le accomuna?

Esistono fatti scientifici che ci portano ad accomunare i due fenomeni e ad usare un unico termine per definirli. Queste evidenze derivano dalle neuroscienze: i risultati di studi condotti sulle vie neuronali che portano alla sollecitazione di aree della corteccia deputate alla gratificazione hanno dimostrato che queste zone si attivano allo stesso modo sia nei casi di assunzione di sostanze psicotrope che nei casi, per esempio, di gioco d’azzardo. Quindi l’aspetto della gratificazione che può produrre la compulsione al gioco d’azzardo sembra essere identico a quello degli effetti, ad esempio, degli oppioidi, o della soddisfazione sessuale. Tutte queste cose sollecitano le stesse vie neuronali. Quindi, anche da un punto di vista biochimico c’è una perfetta comunanza tra dipendenza comportamentale e quella da sostanze.

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Ma quindi, perdoni se le mie domande risultano banali, lei mi sta dicendo che anche un giocatore d’azzardo può avere delle crisi d’astinenza? Possiamo immaginare un giocatore d’azzardo chiuso in camera in preda ad allucinazioni e spasmi, esattamente come rappresentato nella celebre scena di Trainspotting?

Sicuramente può avere dei comportamenti, nel momento in cui interrompe il gioco, che sono simili a quelli dall’astinenza dal consumo di sostanze, che vanno dall’irritabilità, agli sbalzi d’umore, allo sconvolgimento dei ritmi del sonno.
L’intensità della sintomatologia può essere diversa, chiaramente, perché nel consumo di sostanze c’è tutta una serie di manifestazioni di sintomi fisici che sono esperiti in maniera molto forte (crampi, sudorazione, malessere), mentre per quanto riguarda le patologie comportamentali queste manifestazioni non sono così intense.
Ripeto però che in entrambi i casi l’elemento da tenere sempre in considerazione per definire la dipendenza e il livello patologico di un paziente è proprio il coinvolgimento a livello psichico. Le manifestazioni fisiche sono un fatto grave, ma secondario.

Quindi esistono anche delle differenze tra dipendenza da sostanze e dipendenza comportamentale?

Senza dubbio. Questa di cui abbiamo parlato è una. E gliene posso citare un’altra: mentre per le dipendenze da sostanze abbiamo sperimentato più farmaci sostitutivi che aiutano nella cura della dipendenza, nelle dipendenze comportamentali non abbiamo questa possibilità e si deve intervenire unicamente a livello psicologico. Anche qui c’è una differenza, come vede. E anzi, il rapporto è quasi ribaltato, da questo punto di vista: è più difficile trattare una dipendenza comportamentale rispetto ad una dipendenza da sostanze, perché non abbiamo il sostegno di farmaci sostitutivi.
Quindi, senza dubbio ci sono delle differenze e si può fare una distinzione tra questi due fenomeni, ma è importante avere chiaro che sempre di dipendenze stiamo parlando, che possono essere ugualmente devastanti per la vita di una persona. Non esistono dipendenze minori e dipendenze maggiori.

Cosa fa sì che una dipendenza sia così nociva? Anche su questo punto sembrerebbe esserci una differenza: la nocività di una dipendenza da sostanze è evidente, poiché è il consumo della sostanza stessa a distruggere la persona nel fisico. Nel caso di una dipendenza comportamentale questo elemento sembra assente. Cosa la rende ugualmente nociva e pericolosa?

Sicuramente questo punto non è immediatamente evidente. Ma dobbiamo sempre tenere conto della definizione di tossicodipendenza che abbiamo dato: la nocività non è tanto legata ai danni che possono prodursi in ambito della salute fisica, ma piuttosto a quelli della sfera psichica dell’individuo, ovvero quando il rapporto con l’oggetto della dipendenza compromette il funzionamento globale della persona. Quindi, la nocività di una dipendenza si misura in quanto, per esempio, compromette la compatibilità sociale (comportamenti illegali, reati per procurarsi la sostanza), oppure quanto la centralità della sostanza impedisce lo svolgimento di un’attività lavorativa, l’investimento nella sfera delle relazioni affettive o la cura della propria persona. La nocività va quindi intesa anche rispetto a questa dimensione.
Tant’è che la diagnosi di tossicodipendenza tiene conto molto di questi aspetti: ad esempio quanto la persona non riesca a smettere pur individuando delle conseguenze negative. Perciò, né l’astinenza, né la tolleranza sono sufficienti e necessarie per fare una diagnosi di tossicodipendenza. Vale a dire che non è solo la dipendenza fisica a stabilire l’aspetto patologico del rapporto con le sostanze. Devono esserci proprio tutta una serie di altri elementi che compromettono il funzionamento su tutte le aree importanti della vita della persona.

È corretto quindi dire che la tossicodipendenza ci può riguardare anche molto da vicino? Stante questa definizione così larga, moltissimi aspetti del mondo moderno (internet, slot machine, casinò online, serie televisive, social network, pornografia, videogiochi, ecc.) possono diventare oggetto di dipendenza. E spesso molte di queste cose fanno parte della nostra quotidianità. Anche una persona che si potrebbe definire “normale” può essere vittima di una dipendenza?

Su questo mi pare importante sottolineare innanzitutto questo punto: ridefiniamo l’idea che la dipendenza da sostanze, che è la più diffusa e più conosciuta, sia legata a particolari situazioni sociali o di stile di vita. I dati ci dicono che la dipendenza è un comportamento trasversale, sia ai ceti sociali, sia ai diversi stili di vita, sebbene vada detto che l’evoluzione del rapporto con le sostanze è anche legata a fattori come lo stile di vita e le caratteristiche personali.
Perciò anche qui un mito va sfatato: non esiste la persona “normale” immune alle dipendenze e la persona problematica portata per la tossicodipendenza. Senza dubbio la dipendenza è un problema che ci può riguardare, con le dovute distinzioni di gravità, molto da vicino ed è importante esserne consapevoli, poiché, come sempre in medicina, una diagnosi precoce facilita il trattamento della patologia e aumenta le probabilità di successo.

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sabato 7 ottobre 2017