Superbia

Un tempo c’era un uomo. Alto, muscoloso, occhi grandi e decisi. Dotato, in fin dei conti, di bella presenza. Ciò che più si notava dell’uomo però, non erano né gli occhi, né la barba folta e curata, né le dita forti e affusolate, bensì la sua superbia.

Può sembrare strano lo ammetto, sentir parlare di superbia come una caratteristica visibile a occhio nudo, però lo era.

L’uomo era talmente convinto di essere “di più che non si domandava neanche rispetto a cosa era di più. E tutti lo ammiravano, così come tutti sapevano che lui era di più. Venne un giorno di inverno in cui l’uomo si ammalò, ma era così di più rispetto a tutto che nessuno si preoccupò per lui: sicuramente sarebbe guarito, il prima possibile, più in fretta di chiunque altro. Ma siccome quel di più era sempre di più del di più, si ammalò anche di più di tutti gli altri. La febbre non scendeva, e l’uomo diventava sempre più debole, tanto che gli costava alzarsi per farsi da mangiare.

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Un giorno passò un altro uomo, un viandante alla ricerca di sé. Bussò alla porta del superbo e gli chiese un tozzo di pane, accorgendosi poi che avrebbe dovuto recare aiuto, più che riceverlo: il viandante mise una pezza bagnata sulla fronte del superbo, gli cucinò gli ortaggi rimasti, e lo aiutò a bere la zuppa. Passarono i giorni, e il viandante diventò ogni giorno di più una presenza stabile in quella casa, neanche lui era forse così tanto nomade.

Il superbo non aveva le forze di parlare, mentre il viandante lo curava ogni giorno, raccontandogli le sue storie incredibili di paesaggi inestimabilmente lontani. Non potendo parlare, il superbo soffriva: nulla poteva fare per dimostrare la propria superiorità, nulla poteva fare per ottenere il tanto atteso riconoscimento.

Per quanto si sforzasse, nemmeno un sopracciglio riusciva a muovere. In nessun modo poteva esprimere l’esagerata stima accresciuta per le sue inesistenti gesta e per il suo essere costruito sulla sua credenza di essere di più.

E cosa restava, quindi, della superbia di quell’uomo, senza parole o facoltà di esprimersi? Senza facoltà di costruire un pezzo in più di quel di più?

I giorni passavano, e mentre il superbo, impotente, imparava sempre di più ad ascoltare, il viandante imparava sempre di più ad ascoltarsi, non potendo ascoltare altro che se stesso.

E forse il superbo, piano piano, si rendeva conto di non aver mai fatto nulla di così grande. E forse il viandante, tanto alla ricerca di qualcosa in più, l’aveva semplicemente creato: il problema era che non si era mai davvero fermato. E se avesse ascoltato un po’ di più se stesso, invece che i racconti degli altri, forse tutto sarebbe stato meno tormentato. E se invece il superbo si fosse fermato ad ascoltare, senza pretendere sempre di essere ascoltato, forse sarebbe adesso un po’ meno malato.

Ma la verità era una sola per entrambi: entrambi erano semplicemente alla disperata ricerca della loro identità.

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sabato 3 novembre 2018