Cambiare l’identico partendo dall’identico

Radio, televisione, giornali ci bombardano – termine, ahimè, fin troppo azzeccato – di notizie che telegraficamente riassumono guerre lontane, spari, morti, lotte di potere, rivendicazioni, sangue. Il mondo sembra in preda a un’instabile frenesia, a una follia omicida-suicida. All’appello ci sono la Libia, l’Egitto, la Nigeria, l’Ucraina, la Siria, l’Iraq e tanti, troppi altri conflitti già relegati negli archivi del passato. Sentiamo, vediamo o leggiamo quel che succede, scuotiamo la testa dispiaciuti: “Tutto questo è terribile”, “È così ingiusto”. Poi, ce ne dimentichiamo. Non è cinismo, è psicologicamente inevitabile che lo si lasci alle spalle: alla fine non è qualcosa che ci riguarda, non direttamente almeno; non è qualcosa che scuote le nostre vite, la città sotto attacco non è la nostra né sono nostri compagni, figli, fratelli e mariti le pedine sulla scacchiera.
La lontananza dei fatti non è però l’unico fattore che determina l’oblio. La ripetitività è altrettanto importante: quello che vediamo si ripete giorno dopo giorno fino a diventare la normalità. Si fa routine. Cambiano i personaggi, i Paesi, le armi materiali e quelle ideologiche, ma le ragioni e i risultati si assomigliano. Certo, c’è l’orrore; ma c’è anche il “già visto”, “già sentito”, “già letto”. Il rischio è che si arrivi a pensare che se è sempre stato così, allora è normale che lo sia tuttora. La coscienza dormiente si risveglia per un attimo, quindi si riassopisce, l’abitudine impedisce il cambiamento.
Eppure, a guardar bene, si deve riconoscere che questa ripetizione dell’identico può essere un’arma a doppio taglio. Se tutto si ripete, allora il passato diventa un aiuto per capire il presente e dare adito a un futuro diverso. Invece di essere Lete, fiume della dimenticanza, può diventare l’Albero della Conoscenza. La storia, anche quella che viviamo oggi, sarebbe così davvero quella grande magistra che i latini lodavano. Basterebbe analizzare e capire la logica (perché c’è sempre una logica) che sottostà agli eventi attuali, cercandone conferma in quelli archiviati, per creare l’opportunità di cambiamento e – vogliamo dirla grossa? Ma sì, diciamola grossa – pacificazione.
Lo scarto deve partire dal singolo. Attraverso l’unione di tante piccole fenditure, si crea la vera rottura. Diceva Terzani (2004) che «se l’uomo non cambia, se l’uomo non fa questo salto di qualità, se l’uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, all’interesse, tutto si ripete, si ripete, si ripete», fino ad annoiarci e lasciarci indifferenti. Gli strumenti per scappare alla logica dell’uguale non sono facili da applicare, ma sono di una semplicità assoluta nel loro essere: digiuno (in senso lato), non violenza, silenzio, fantasia. A predicare queste vie di riscoperta e salvezza sono state altre voci, decisamente più importanti della mia. Tuttavia, benché anche nel mio invito a usare la ripetitività come base per un’alternativa ci sia del “già detto”, vi prego, non scordatelo.

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mercoledì 4 ottobre 2017