I “figli di Dio” nell’immondizia

I “figli di Dio” nell’immondizia

Gandhi li definì Harijan (= figli di Dio), ma da tutti erano e sono conosciuti come Paria (= oppressi; intoccabili): si tratta dei migliaia di indiani considerati dall’intera società come rifiuti umani, degni solo di stare nello sporco. E non è una metafora. Infatti questi reietti non possono vivere che degli scarti delle caste più in alto della loro perché, secondo la tradizione induista, la condizione di Harijan è una punizione per aver compiuto atti crudeli nella vita precedente, quindi va accettata. Non si tratta di una metafora perché la loro occupazione giornaliera consiste nel toccare carcasse morte o raccogliere l’immondizia delle altre caste; ma non una raccolta differenziata come siamo abituati a vedere noi o un riciclo di carta, vetro, plastica: raccolgono gli scarti organici, il letame, la sporcizia delle latrine pubbliche e private, gli escrementi umani e animali. Gli Harijan vanno di casa in casa, senza guardare nessuno negli occhi, sperando di trovare, tra la spazzatura, qualche resto commestibile per sopravvivere e continuare a cercare fra i rifiuti. Se qualcuno si degna di guardarli sono subito riconosciuti per l’eccessiva magrezza e la sporcizia, che gli causano la maggior parte delle malattie. Però a nessuno è permesso toccarli, essendo considerati troppo impuri; dunque il loro sarebbe un compito naturale, perché chi appartiene a caste più alte non dovrebbe mai sporcarsi le mani con residui corporali.

Nel corso degli anni si sono susseguite Proposte di Legge che impedissero a donne, bambini e uomini indiani di (soprav)vivere a questi livelli, forse per placare gli animi inorriditi degli occidentali, ma ancora, ogni giorno, i raccoglitori di immondizia continuano a “lavorare”. Sradicare una convinzione che fa parte della cultura non è facile, ma lasciarla continuare nel 2013 ci rende, tutti, dei Paria.

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venerdì 6 ottobre 2017