Gola

C’era una volta una ragazza di nome Sofia: dolce, premurosa, con occhi grandi, scuri ma soprattutto profondi. Aveva lunghi capelli morbidi, con mille boccoli castani che le cadevano fin sotto le spalle e le cingevano quel suo viso dolce, proteggendolo.
Sofia era la solita ragazza sognatrice: talmente sensibile che avrebbe potuto cadere con un soffio, ma così tenace e dolce da rialzarsi in quattro e quattr’otto in cerca di una nuova avventura.

Ed era questo forse il più grande “peccato” di Sofia: era sempre a caccia di avventure, di nuove emozioni, di un nuovo posto incantato dove dar sfogo alla sua ricerca di intensità.
Sofia non riusciva a rimanere ferma, ad adattarsi, a tranquillizzarsi dinanzi lo scorrere di quelle giornate che sembravano tutte uguali e infinite nella loro pesantezza, poiché il ripetersi delle abitudini la terrorizzava: la faceva sentire spenta. La dolce ragazza ricercava piacere immediato in ogni cosa, dal primo sole del mattino all’amore fugace di una cotta estiva. Viveva per vivere e rinnegava l’esistenza in quanto susseguirsi di ore, minuti e secondi interminabili. Sofia correva contro il tempo, lei lo faceva suo, e la sua ricerca prevedeva di trovare qualcosa che potesse regalargliene di più sempre di più, per sentirsi sempre più viva.

Sofia era il peccato di gola: l’incapacità di moderarsi, l’abbandono del controllo di sé, e il vero problema sopraggiunge quando si ricerca il piacere per il piacere, fine a se stesso; Sofia non guardava in faccia nessuno, neanche se stessa. Sofia dava ascolto ai puri impulsi che sentiva, e non si fermava mai a pensare nella sua inarrestabile battaglia contro il tempo.
Il peccato di gola è legato ad un impulso irrefrenabile, alla sfrenatezza più profonda, al desiderio di colmare qualsiasi vuoto: di riempirlo in qualsivoglia maniera, pur di sentirsi in vita, pur di sentire piacere. Non si trova tempo, in questa spasmodica ricerca, da regalare alla ragione e alla forza, che potrebbero invece far capire che il tempo è amico e la mente è un dono.

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Questo peccato, in effetti, non riguarda solo l’insaziabile appetito che travolge chi lo sente, ma ha radici primordiali: esso ci riporta alla nostra più originale e rudimentale animalità. Si tratta di un immediato bisogno di soddisfazione, di un piacere che arrivi nel momento esatto in cui ne sentiamo la necessità, che sopraggiunga come una risposta tempestiva allo spasmodico bisogno di completezza, al fine di poter affrontare in un qualche modo il vuoto che si rivela nelle abitudini quotidiane e nella negazione della razionalità come forma di elevazione.

La tentazione di cedere al richiamo del cibo è quindi tentazione di cedere ad una qualsivoglia forma di piacere: l’appagamento dei sensi deriva prima di tutto dal più diretto accesso che ne abbiamo, la gola. Purtroppo non sappiamo quale sia la fine di Sofia, fin troppo veloce nella sua corsa contro il tempo, per trovarla in un posto fisso dove poterla osservare.

Approfondimenti, I peccati capitali
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martedì 26 febbraio 2019