Gli scudi del Monte Ida

A volte mi dimentico del perché abbia studiato archeologia, cosa mi passava per la testa a diciotto anni? Mi piacevano storia e scienze e l’archeologia mi faceva studiare tutte e due? No, io adoro la sensazione che dà percepire le storie invisibili, che non ci sono più ma che hanno lasciato una traccia del loro passaggio. La stessa sensazione che si ha guardando una vecchia foto di persone che non conosciamo, o un vecchio oggetto usurato abbandonato.

Faceva caldissimo, quasi quaranta gradi, ed eravamo stati per ore sotto il sole a Festo, sull’isola di Creta. Finalmente ci sediamo all’ombra a bere un frappè, riprendendo fiato guardo il profilo dei monti all’orizzonte: il monte Ida si staglia alto, la forma riconoscibile. Lassù Rea, la madre degli dei, ha tenuto nascosto il piccolo Zeus in una grotta, per far sì che Crono non lo trovasse e divorasse. Il piccolo piangeva, allora i Cureti iniziarono a battere su grandi scudi per nascondere all’udito di Crono i suoi vagiti. Tali scudi vennero trovati durante gli scavi nel secolo scorso, insieme a statue ed oggetti votivi.

Cosa ci dice questo? Non che Zeus sia esistito veramente, chiaro, ma che gli uomini di quel periodo vedevano con i loro occhi la verità della storia della sua nascita, gli scudi erano testimonianze reali. Lasciavano quindi voti, accendevano lucerne, arrivavano fino lassù per vedere la grotta e pregare. Non è poi cambiato molto da allora, no?
Finito il frappè iniziammo a parlare dei pellegrinaggi moderni, gente che si reca in luoghi dove ciò che crede è dimostrato da testimonianze reali, segni tangibili del passaggio “divino”.

Leggere il passato ci dà un nuovo modo di interpretare il presente, non in un’ottica di evoluzione lineare e continua, ma come un movimento frastagliato di episodi che conducono ad oggi, dove l’uomo è sempre uguale a se stesso, nonostante le aspettative di cambiamento, che sono per lo più increspature sull’oceano della sua esistenza.

«Io sono un archeologo, cioè uno storico che si avvale prima di tutto delle cose fatte dall’uomo. Sono un narratore di tipo particolare, che prende le mosse dagli oggetti, ma che nell’opera di ricostruzione del passato si avvale poi di ogni genere di fonti, comprese quelle letterarie. La ricostruzione storica, infatti, non può che essere a più voci, tutte ugualmente significative; ma l’archeologo parte da costruzioni e cose. Non sono certo un portatore di verità assolute – sempre irraggiungibili – ma pongo problemi e avanzo soluzioni, cioè ipotesi più o meno probabili, i cui risultati sono provvisori, esito dello sforzo di sintesi che oggi sono in grado di fare.» [Andrea Carandini, Roma. Il primo giorno, Laterza, 2009]

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giovedì 27 aprile 2017