Dal sacrificio dei corpi al mercimonio delle identità

Dal sacrificio dei corpi al mercimonio delle identità

Due ragazzini, pantaloni griffati e scarpe da ginnastica, sfrecciano in sella alle loro lucenti biciclette, mentre un crocchio di visitatori indugia sul ponticello di legno che si affaccia su ciò che rimane di un Foro Romano.

Nel bel mezzo di Oderzo, piccola città della provincia di Treviso, la guida turistica sta riproponendo per la millesima volta uno spicchio di storia già fin troppe volte ascoltato a scuola e in televisione, eppur, mai completamente compreso.
Nel fiume impetuoso di parole del cicerone attempato e loquace, un fatto singolare cattura l’attenzione. Nel 49 a.C. un gruppo di Opitergini (così vengono chiamati gli abitanti di questo luogo quieto e affascinante), alleati da tempo a Cesare, una volta catturati ed esortati a consegnarsi ai Cilici (vicini a Pompeo e quindi nemici di Cesare), preferirono suicidarsi piuttosto di doversi sottomettere al nemico.
Questo manipolo di prodi decise di sacrificare la propria vita pur di non vedersi costretto a chinare il capo di fronte alla prepotenza di un esercito invasore, pur di salvaguardare i propri ideali.

Sorge spontanea una strana sensazione, difficile da definire, ma non molto dissimile dall’invidia nei confronti di quell’esorbitante e genuino spirito di abnegazione e senso di appartenenza, verso il proprio credo, il proprio popolo, la propria storia, che certamente animava ognuno di quegli impavidi individui.

Ed è sotto un cielo azzurro di inizio marzo, a circa duemila anni di distanza da quell’eroica ecatombe, che il gruppetto assiste al passaggio di questi due giovani, che sfrecciano accanto a loro parlottando in un mirabolante, e dalle antichissime radici, dialetto veneto.
Un attimo dopo tutto è nuovamente riaffidato alla quiete, una quiete sommersa da altre migliaia di parole, tutte così sonoramente lontane e siderali.
Un giovane membro di questo sparuto assembramento si appoggia alla recinzione di metallo, guarda giù e sente qualcosa di acuminato conficcarsi nello stomaco. Una lama di melanconia. Si sente come un vecchio che, alla soglia del passo ultimo, amareggiato e rammaricato, rimpiange di non aver mai amato. 

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giovedì 27 aprile 2017