Ci vorrebbe un work-pride

“Che lavoro vuoi fare da grande?” è una domanda-tranello. Per via della mia età non so dire se solo in questa epoca oppure se è sempre stato così, ma senza dubbio hic et nunc è un inganno. Certo, tutto resta possibile, viviamo nel tempo in cui Samantha Cristoforetti ci dimostra che una bambina può rispondere “da grande voglio fare l’astronauta”. Previo tempo e fatica, naturalmente (anche se questo ce lo dicono un po’ meno, quando ci fanno le domande sui sogni, da piccoli).

Ma quali sono i mestieri di oggi? Come risponde un ex-bambino alla domanda “che lavoro fai?”. Ammesso che abbia la fortuna di avercelo, un lavoro. Ma non è di disoccupazione che voglio parlare. Piuttosto di tutti quelli che sono diversamente occupati, per usare un’espressione politicamente corretta. Ci sono le professioni per cui può (forse) esserci un’identità tra chi siamo e cosa facciamo: il medico, l’insegnante, l’architetto, il geometra, l’ingegnere, o il macellaio, il panettiere, il muratore, e via così. Chi sono e cosa fanno questi professionisti è più o meno chiaro a tutti.

Poi ci sono quelli che rispondono alla domanda “che lavoro fai?”, e dopo la risposta si sentono dire “ma quindi che vuoi fare da grande?”. Solo perché lavorano in un call center, o fanno i grafici, i web editor, i project manager, gli addetti al social media marketing, per non parlare degli artisti, dei creativi, degli aspiranti scrittori e nella lista metteteci quello che vi pare. Tutti quei mestieri che sembra siano cose che possono fare tutti, indistintamente. Oppure i più sono convinti che si tratta di cose che uno può fare solo per un tempo breve della vita, ma non per sempre.

Ecco, penso che ogni volta che si pronuncia la seconda domanda avvengono dei piccoli drammi interiori. Il lavoro è il primo riconoscimento sociale, ma molti lavori non sono socialmente riconosciuti, perché sviliti, ignorati, bistrattati. O semplicemente non capiti. Questa è una vera tragedia al tempo in cui il modo più “facile” per trovare un lavoro è inventarselo. Allora il compito che ci tocca è inventarselo bene, ma anche imparare a spiegarlo. Prima o poi sarà socialmente riconosciuto. Ci vorrebbe un work-pride. Sarebbe bello imparare dalla domanda-tranello e arrivare preparati: fare come in una celebra vignetta dei Peanuts, pronti a rispondere alla seconda domanda con un bel “vergognosamente felice”.

zz

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martedì 3 ottobre 2017